Una chioma di capelli ricci castani, accento romagnolo e linguaggio tutt’altro che diplomatico. Marco Simoncelli si contraddistingueva per questo, era l’antidivo, non faceva caso alle etichette, era spontaneo e portava l’allegria ovunque passasse.

Passava il metro e ottanta di altezza ed era un gigante venti centimetri più alto rispetto alla media dei suoi compagni in pista. Diventato popolare anche per il suo “Diobò che bello”, un’esclamazione romagnola che ha poi dato il titolo al libro scritto a quattro mani col giornalista e amico Paolo Beltramo.

La sua morte ha commosso tutti, anche chi non amava le moto e sapeva ben poco di quel ragazzo nato a Coriano, in provincia di Rimini, diventato pilota professionista nel campionato più prestigioso del mondo delle due ruote.

Il SuperSic è morto nel 2011 sul circuito di Sepang, in Malesia. Due giorni dopo il feretro arrivò a Coriano, il paese in cui viveva e dove più di 25 mila persone andarono a salutarlo per l’ultima volta. Per giorni le televisioni e i giornali hanno parlato di lui, un pilota dal cuore grande sempre disponibile con tutti e generoso con gli ultimi. Marco Simoncelli era il ragazzo della porta accanto, quando metteva da parte la tuta del pilota andava negli ospedali a trovare i bambini malati per fargli compagnia.

Per mesi su Facebook e su Twitter si sono viste foto del Marco Simoncellie tutti hanno messo almeno un “mi piace” a uno dei post che lo ricordavano. Sono nati gruppi che dopo quattro anni pubblicano ancora foto divertenti del Sic, aneddoti e video che, nonostante non ci sia più, riescono comunque a strappare un sorriso.

Era il 23 ottobre 2011, il Gran Premio della Malesia, quando Marco Simoncelli è partito per l’ultima volta. Il destino ha voluto che l’incidente fatale avvenisse sulla stessa pista sulla quale, tre anni prima, si aggiudicò il titolo di campione del mondo nella classe 250cc.

La morte di Marco Simoncelli ha toccato persone di ogni età perché quello che è successo a lui poteva succedere a chiunque. Chi immaginava il dolore che potessero provare i genitori, o i nonni, chi l’ha vissuta come la scomparsa di un amico o di un fratello. Il suo essere così straordinariamente normale ha conquistato il cuore di tutti, Marco Simoncelli appariva come l’amico vulcanico e gioioso che tutti vorremmo. Questi sono alcuni dei motivi per cui il SuperSic è stato conosciuto e viene ricordato con affetto:

La spontaneità

Un ragazzo di campagna acqua e sapone che diceva le cose così come le pensava. Finite le prove prima della gara Marco Simoncelli preferiva “la vita da bar” giocando a carte o a Calcio Balilla raccontando barzellette. Quando poi era ora di salire in sella era concentrato e disposto a lavorare ore e ore pur di riuscire a tirar fuori il meglio dalla moto. Il suo capotecnico non che amico, Aligi Deganello, disse in un’intervista che quando la moto non andava: “Non era uno che cercava scuse, ma cercava i problemi e cercava di risolverli”.
Un ragazzo di campagna acqua e sapone che diceva le cose così come le pensava. Finite le prove prima della gara Marco Simoncelli preferiva “la vita da bar” giocando a carte o a Calcio Balilla raccontando barzellette. Quando poi era ora di salire in sella era concentrato e disposto a lavorare ore e ore pur di riuscire a tirar fuori il meglio dalla moto. Il suo capotecnico non che amico, Aligi Deganello, disse in un’intervista che quando la moto non andava: “Non era uno che cercava scuse, ma cercava i problemi e cercava di risolverli”.

La genuinità 

Marco Simoncelli, anche dopo aver vinto il primo titolo mondiale nel 2008, ha mantenuto il sorriso e l’allegria che lo contraddistinguevano, lui stesso si è sempre definito un ragazzo normale, come tutti quelli della sua età. La notorietà e il successo sono entrati nella sua vita ma lui è rimasto il ragazzino di Coriano, legato alla sua terra, alla sua famiglia e agli amici di sempre. Quando gli venne offerto un contratto dalla Honda in MotoGP, il sogno di ogni pilota, arrivò con dieci minuti di ritardo. Ad aspettarlo c’era il numero uno dell’azienda giapponese: Shuhei Nakamoto, una delle voci più autorevoli del motomondiale, un ingegnere stimato e rispettato da tutti nel suo ambiente. In quell’occasione, Marco Simoncelli è riuscito ad entrare nelle grazie di un uomo conosciuto anche per la sua impassibilità, ma SuperSic col suo inglese non proprio perfetto e la totale naturalezza ha fatto ridere a crepapelle un manager tutto d’un pezzo.
Marco Simoncelli, anche dopo aver vinto il primo titolo mondiale nel 2008, ha mantenuto il sorriso e l’allegria che lo contraddistinguevano, lui stesso si è sempre definito un ragazzo normale, come tutti quelli della sua età. La notorietà e il successo sono entrati nella sua vita ma lui è rimasto il ragazzino di Coriano, legato alla sua terra, alla sua famiglia e agli amici di sempre. Quando gli venne offerto un contratto dalla Honda in MotoGP, il sogno di ogni pilota, arrivò con dieci minuti di ritardo. Ad aspettarlo c’era il numero uno dell’azienda giapponese: Shuhei Nakamoto, una delle voci più autorevoli del motomondiale, un ingegnere stimato e rispettato da tutti nel suo ambiente. In quell’occasione, Marco Simoncelli è riuscito ad entrare nelle grazie di un uomo conosciuto anche per la sua impassibilità, ma SuperSic col suo inglese non proprio perfetto e la totale naturalezza ha fatto ridere a crepapelle un manager tutto d’un pezzo.

La famiglia

I Simoncelli, padre e figlio, erano inseparabili. Il babbo Paolo non ha mai perso una sola gara di Marco, aveva lasciato il lavoro per seguirlo ad ogni gran premio e i minuti prima di scendere in pista erano solo per loro. Prima di ogni gara Paolo accompagnava Marco a prepararsi e si isolavano in un mondo loro: in silenzio il babbo passava tuta, stivali e guanti, sempre nello stesso ordine ed erano l’intesa e la complicità a guidare i loro movimenti. Quando era possibile, alle gare si univano anche la mamma, la sorellina e la fidanzata del Super Sic. I Simoncelli davano l’idea di una famiglia unita, felice, complice delle scelte, una famiglia che solo a guardarla metteva allegria. Più volte anche nelle interviste Marco Simoncelli parlava dell’importanza che avesse la famiglia nella sua vita: ognuno aveva un ruolo e per lui i genitori, la sorella e la fidanzata erano dei punti fermi sui quali poter contare. Quando passò al team Gresini, la cui sede è in provincia di Rimini, Marco portò la nonna nell’officina per mostrarle come e chi costruiva le moto con cui correva, presentandole così i meccanici e le persone che lavoravano con lui. Marco Simoncelli mostra un messaggio di augurio alla nonna mente al suo fianco la fidanzata Kate fa l'ombrellina.
I Simoncelli, padre e figlio, erano inseparabili. Il babbo Paolo non ha mai perso una sola gara di Marco, aveva lasciato il lavoro per seguirlo ad ogni gran premio e i minuti prima di scendere in pista erano solo per loro. Prima di ogni gara Paolo accompagnava Marco a prepararsi e si isolavano in un mondo loro: in silenzio il babbo passava tuta, stivali e guanti, sempre nello stesso ordine ed erano l’intesa e la complicità a guidare i loro movimenti. Quando era possibile, alle gare si univano anche la mamma, la sorellina e la fidanzata del Super Sic. I Simoncelli davano l’idea di una famiglia unita, felice, complice delle scelte, una famiglia che solo a guardarla metteva allegria. Più volte anche nelle interviste Marco Simoncelli parlava dell’importanza che avesse la famiglia nella sua vita: ognuno aveva un ruolo e per lui i genitori, la sorella e la fidanzata erano dei punti fermi sui quali poter contare. Quando passò al team Gresini, la cui sede è in provincia di Rimini, Marco portò la nonna nell’officina per mostrarle come e chi costruiva le moto con cui correva, presentandole così i meccanici e le persone che lavoravano con lui. Marco Simoncelli mostra un messaggio di augurio alla nonna mente al suo fianco la fidanzata Kate fa l’ombrellina.

I capelli

Ricci ribelli, un po’ come il suo carattere. Come lui faticava a stare tutto rannicchiato sulla moto, i suoi ricci non riuscivano a stare tutti dentro il casco e svolazzavano per tutta la gara. Marco Simoncelli era il tipico bravo ragazzo, genuino senza peli sulla lingua, forte e determinato, innamorato della vita. Anche i suoi capelli hanno contribuito a renderlo famoso e sono diventati un simbolo rappresentativo della sua personalità.
Ricci ribelli, un po’ come il suo carattere. Come lui faticava a stare tutto rannicchiato sulla moto, i suoi ricci non riuscivano a stare tutti dentro il casco e svolazzavano per tutta la gara. Marco Simoncelli era il tipico bravo ragazzo, genuino senza peli sulla lingua, forte e determinato, innamorato della vita. Anche i suoi capelli hanno contribuito a renderlo famoso e sono diventati un simbolo rappresentativo della sua personalità.

Il sorriso

È l’eredità più bella che potesse lasciare. Il sorriso di Marco Simoncelli resta contagioso. Come ogni pilota sognava di arrivare prima di tutti, di essere il primo a tagliare il traguardo, voleva vincere la sua prima gara in MotoGP e salire sul gradino più alto del podio. Marco Simoncelli diceva che bisognava essere i primi a prendere la “bandiera a schiaffi”. Non si sa perché la bandiera a scacchi per il SuperSic è arrivata quando aveva solo 24 anni, mentre stava vivendo con la sua passione: la moto. Sullo stesso circuito sono legate gioie e dolori di una vita passata in velocità: il titolo mondiale del 2008 e la morte del 2011 quando Marco ha lasciato i suoi compagni in pista per andare a correre con gli angeli.
È l’eredità più bella che potesse lasciare. Il sorriso di Marco Simoncelli resta contagioso. Come ogni pilota sognava di arrivare prima di tutti, di essere il primo a tagliare il traguardo, voleva vincere la sua prima gara in MotoGP e salire sul gradino più alto del podio. Marco Simoncelli diceva che bisognava essere i primi a prendere la “bandiera a schiaffi”. Non si sa perché la bandiera a scacchi per il SuperSic è arrivata quando aveva solo 24 anni, mentre stava vivendo con la sua passione: la moto. Sullo stesso circuito sono legate gioie e dolori di una vita passata in velocità: il titolo mondiale del 2008 e la morte del 2011 quando Marco ha lasciato i suoi compagni in pista per andare a correre con gli angeli.

Questo articolo è stato pubblicato su HuffingtonPost Italia.

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